Se noi potessimo fare le cose come vogliamo noi, allora sì, il mondo andrebbe meglio. Dovunque: sul lavoro, nella nostra famiglia, i vicini, persino la nostra amica – quella splendida persona, in gambissima, eccezionale, che adoriamo – eppure anche lei fa sempre i soliti errori e non capisce, se solo ci ascoltasse un po’ di più sarebbe così semplice, potrebbe avere tanto di più…
Noi faremmo meglio. In un delirio di onnipotenza che ci coinvolge più o meno tutti, noi abbiamo un quadro della situazione chiaro, lineare, cristallino, soprattutto per quanto riguarda la vita degli altri. Nella nostra vita, quando le cose non vanno ed accettarle diventa impossibile (la realtà cozza troppa con la nostra consapevolezza di come le cose dovrebbero essere, per essere giuste), allora cerchiamo di cambiare: le persone, gli eventi, le cose. E in questo infinito tentativo di cambiare le cose, forse per lasciare un segno nel mondo, ci rendiamo conto che cambiare il fuori è un’impresa improba (se mai possibile) e certo non duratura. Tutte le cose ruotano e la staticità – anche se ci illudiamo di trovarla deterministicamente nelle cose e nelle persone – proprio non è di questo mondo.

Mi sembra che questo concetto sia espresso in maniera chiarissima in una citazione di Twain riportata in un libro vecchio eppure giovanissimo (e ancora disponibile in commercio), scritto da tre grandi protagonisti del mitico Mental Research Institute di Palo Alto, Watzlawick, Weakland e Fish. Buona lettura.

“Ehi, vecchio, un po’ di lavori forzati, vero?”
“Oh, sei tu, Beh? Non m’ero neppure accordo che c’eri…”
“Senti, io vado a nuotare al fiume, adesso. Non ti piacerebbe venirci anche tu? Ma forse tu preferisci lavorare, vero? Ma sicuro che lo preferisci…”
Tom fissò il ragazzo per un istante, poi chiese: “Cos’è che chiami lavorare?”
“Be’, quello che fai adesso, non è un lavoro?”
Tom riprese il pennello e risposte con molta indifferenza: “Be’, in un certo senso lo è, e in un certo senso non lo è. Quello che so di positivo è che a Tom Sawyer gli piace”.
“Che storia vuoi darmi da bere? Forse che ti diverti a fare l’imbianchino?”.
Il pennello continuò imperterrito.
“Se mi diverto? Be’, non riesco a capire perché non dovrei divertirmi. Forse che uno steccato da imbiancare lo trovano tutti, ogni giorno?”
L’osservazione presentava il lavoro in una nuova visuale. Ben smise di mordicchiare la mela. Tom passò con estrema cura il pennello in su e in giù, poi si ritrasse a osservare l’effetto, diede un colpetto qui, un colpetto là, ma non pareva ancora soddisfatto. Ben osservava ogni movimento, e si interessava sempre più, si sentiva sempre più attratto da quel lavoro. Improvvisamente disse: “Senti, Tom, lasciami imbiancare un poco anche a me”.
Fonte:
Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch, Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi, Astrolabio, 1974
Mark Twain, Tom Sawyer Huckelberry Finn, Einaudi, Torino, 1963