Visualizzazione post con etichetta cambiamento. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cambiamento. Mostra tutti i post

domenica 9 marzo 2008

The Butterfly


I, Chuang Tzu, once dreamed that I was a butterfly, one fluttering here and there, without worries and desires, unconscious of my humanity. Suddenly, I awoke; and there I lay, again “myself”. Now I did not know if I was thus a man who dreamed he was a butterfly, or am I now a butterfly who is dreaming that he is a man. Between man and butterfly is a boundary. The crossing over is called transformation.


Da: I and Tao. Martin Buber’s encounter with Chuang Tzu, by Jonathan R. Herman, State University Of NY Press, 1996

venerdì 7 marzo 2008

Conoscersi è guarire.

"La consapevolezza di come si cresce e si cambia nell’arco della vita è fondamentale. Moshe Feldenkreis era estremamente critico nei confronti dei concetti statici, a qualsiasi tipo di contesto appartenessero.

Dalla nascita alla morte, si cambia in continuazione e molti problemi derivano dal tentativo di ignorare o negare il cambiamento. Ogni cellula del corpo muore e viene sostituita nel giro di ore, giorni e settimane.

Tradizionalmente, ciò su cui si concentra l’interesse sono i cambiamenti non desiderati, mentre invece la maggior parte dei processi biologici è reversibile quando ci sono le condizioni giuste. Persino la forma delle ossa può cambiare se il calcio viene depositato e assorbito di nuovo ed è favorendo questo risultato che l’esercizio fisico può prevenire o rendere reversibile l’osteoporosi. Finché una persona è viva, può imparare e guarire ogni giorno, fisicamente, neurologicamente, psicologicamente, mentalmente e spiritualmente".


Da: Steven Shafarman, Conoscersi è guarire, Astrolabio.

lunedì 3 marzo 2008

Immagine del corpo e cambiamento sociale

Che cos’è la bellezza? Qualcosa di assoluto ed oggettivo o piuttosto una proprietà relativa, nascosta più negli occhi di chi guarda che non una caratteristica delle cose o persone? Se guardiamo gli artefatti culturali ed artistici del passato, sembra legittimo propendere per una mutevolezza del concetto di bellezza. Abbiamo difficoltà, oggi, a trovare bella e sensuale la prosperosa venere preistorica (vedi immagine lato) o le donne giunoniche disegnate con amore da Rubens. Anche se gli psicologi evoluzionisti ci insegnano che la donna “vincente” da sempre è quella con forme morbide e colorito roseo, attributi che indicano salute e quindi maggiore capacità procreativa, basta aprire un qualsiasi giornale per capire che non è proprio così. Sembra quasi che oggi l’immagine si sia staccata dal corpo e, preso il sopravvento, vada in giro con le sue gambe. Sin da quando giochiamo con le bambole, ci abituiamo alla sottile bellezza della Barbie, una raffigurazione della donna tanto irreale che – da quanto è stato dimostrato – se fosse viva non riuscirebbe a camminare o muoversi (bacino troppo stretto, baricentro e proporzioni incompatibili con la deambulazione verticale).
Su Youtube gira da qualche tempo un interessante video (Evolution of beauty, riportato prima di questo post) che dimostra come in pubblicità non ci si limita più a prendere splendide modelle per presentarle al meglio. Le loro caratteristiche vengono modificate con abili ritocchi di Photoshop che da qualche parte aggiungono (seno, occhi), in altre tagliano (gote, vita, fianchi). Il confronto di realtà per qualsiasi donna oggi è con ideali irraggiungibili perché inesistenti. Le frontiere della possibilità non sono dettate dalla natura, dalla cosmetica (“trucco e parrucco”), dalla chirurgia plastica, dall’abilità del fotografo o del regista.
I casi di anoressia, l’alto numero di interventi chirugici estetici, il ricorso a cure cosmetiche (punturine, botox, dermoabrasioni, eccetera) dimostrano che prendersi cura di sé oggi è un lavoro a tempo pieno, indipendentemente dall’età. E ciononostante, avere un’immagine del corpo positiva diventa sempre più difficile. Per immagine del corpo si intende il modo in cui la persona si guarda, il tipo di immagine che si ha di se stessi. Si vedono ragazze, anche carine, che si sottovalutano completamente, oppure donne ancora affascinanti che si trasformano in sfingi immobili per nascondere rughe ed età. Non si rendono conto del fatto che cercano di classificare il loro aspetto nei termini degli sguardi altrui. Spesso, purtroppo, “pensano” a un sintomo di qualche tipo che dimostri loro senza possibilità di appello che non sono all’altezza. Come non capirle? E – soprattutto - come cambiare per non diventare tutti solo gli avatar di noi stessi?

sabato 1 marzo 2008

Storia di serial killer, scoiattoli e code lunghe. La pubblicità e la sua visione del mondo.

Negli ultimi quarant’anni il mondo è cambiato. Internet e le nuove tecnologie hanno rivoluzionato il nostro modo di intendere le coordinate spazio-temporali (e continuano a cambiarci, anche se qualcuno ancora non se ne è accorto;-) Ma, ben prima, importanti trasformazioni demografiche e sociali hanno modificato il nostro vivere quotidiano. Dal ’68 alla rivoluzione femminile, dal baby-boom alla fine del lavoro gli ultimi quarant’anni dovrebbero averci insegnato almeno una cosa: di stabile è rimasto davvero poco. Eppure, qualcuno non se è accorto.
Mi riferisco ai pubblicitari. Straordinari cervelli che per primi ci han fatto capire i vantaggi di parlare (o quanto meno masticare) l’inglese, della mentalità marketing-oriented e di un approccio problem-solving, sempre sul pezzo o meglio un pezzo avanti, i primi trendsetter, scopritori di nuove tendenze e di qualsiasi segnale, debole o forte, che venisse dal mercato o dalla gente, ovunque nel mondo. Qualcuno mi dovrà spiegare, prima o poi, perché persone con queste supreme capacità quando creano spot per persone “comuni”, noi poveri uomini e donne della strada, signore marie, lo fanno sulla base di stereotipi diciamo - per essere molto buoni - un filo antiquati ed asettici. Due esempi tra i tanti: ma secondo voi perché dovremmo provare desiderio d’acquisto per un chewing-gum che si pubblicizza con uno scoiattolo che per spegnere l’incendio nel bosco (?) alza la zampetta e produce quello che potremmo definire un virulento attacco di petulenza? Che cosa fa ritenere che una gentile padrona di casa si identifichi facilmente con una piovra, una giraffa o una millepiedi nell'utilizzo di un deodorante per ambienti? E soprattutto: ma chi le conosce tutte queste assatanate serial killer di bacilli e batteri, donne ululanti e vogliose di case pulite e bianchi più bianchi?
Dov’è finita l’ironia, la creatività, la cultura dei vecchi pubblicitari? Ogilvy – un grande del passato – soleva dire: se non hai nulla da dire sul tuo prodotto, cantalo. Salvo poi farsi scarrozzare in giro per ore e ora su una Rolls Royce che doveva pubblicizzare per inventare una campagna che è rimasta inossidabile nel tempo: su una rolls royce l’unico rumore che sentirai è il ticchettio del tuo orologio. Non penso avesse in mente questo annuncio, il copy che recentemente, per indurci a pensare all’audi TT, ha scritto uno spot radio basato su un ttttttttttttttittttttttttttttttttttti che meriterebbe lo strangolamento del povero speaker prima e del copy stesso poi. Sarà una macchina su cui non c’è proprio altro da dire? Mah. Il vecchio magnate Ford (quello delle macchine, per intenderci) sosteneva che il 50% dei soldi investiti in pubblicità erano buttati, ma non sapendo quali cinquanta non poteva evitare di spenderne cento. Temo che quelle percentuali oggi sarebbero da rivedere, e più che al 50/50 di Ford darebbero ragione a Pareto e alla sua legge dell’80/20 (quella che oggi si chiama legge della long tail, coda lunga, tanto per rimanere in tema di scoiattoli e zebre).
Accusati di fare prodotti vuoti e di basso livello, televisione e pubblicità si difendono dando la colpa a chi guarda. Ma già nel 1968 il grande Bruno Munari avvertiva: “Il grado culturale di una certa massa di pubblico al quale si vuole dare una certa informazione va considerato, ma non nel senso in cui molti pubblicitari ancora oggi fanno: essi sostengono infatti che essendo una certa categoria poco intelligente, bisogna darle dei messaggi stupidi. Caso mai bisogna darli molto più chiari (il che comporta spesso un maggior lavoro di ricerca e quindi, tanto è lo stesso, non viene fatto). Con i bambini bisogna essere molto semplici ma estremamente chiari, non stupidi, altrimenti i bambini, e chiunque abbia mentalità infantile, non capiscono addirittura. E questo lo sa bene chi fa buoni libri per bambini. Si tratta sempre di un problema di chiarezza, di semplicità. C’è molto lavoro da fare per togliere, invece di aggiungere. Togliere il superfluo per dare una informazione esatta, invece che aggiungere e complicare l’informazione”.

Fonte: Bruno Munari, Design e comunicazione visiva, Laterza 1968

Arte, tecnica e cambiamento. Quando l’arte è comunicazione del presente

"La pigrizia è il motore del progresso. E’ lo stimolo che ci spinge ad ottenere ciò che desideriamo facendo il minimo di fatica fisica; il massimo risultato col minimo sforzo è ormai una legge di economia. Si può dire che nel nostro organismo, nel nostro corpo, ci sono due entità distinte con due caratteri distinti: una è il cervello che va con la velocità del pensiero, l’altra sono i muscoli che cercano di fare meno fatica possibile. Ma siccome per ottenere qualcosa che il cervello pensa, occorre spesso mettere in funzione i muscoli, e dato che i muscoli tendono alla pigrizia, ecco che il cervello inventa un sistema per ottenere la stessa cosa facendo lavorare i muscoli il meno possibile.
Succede anche spesso che il cervello rinunci a certe cose proprio perché si farebbe troppa fatica per averle. Il massimo desiderio dell’uomo è quello di premere un pulsante e avere quello che vuole stando sdraiato su di un comodo divano. Tutte le macchine che abbiamo inventato sono fatte apposta per sostituire i muscoli: invece di camminare si sediamo nell’auto, invece di lavorare a mano un pezzo di ferro, usiamo il tornio; il principio è quello di arrivare allo scopo non solo senza fatica fisica ma anche con maggiore precisione. Tutti sanno che un pezzo di metallo tornito a macchina è più preciso di uno tornito a mano, e che un cerchio disegnato a mano è meno preciso di un cerchio fatto col compasso. Difatti, dopo l’invenzione di questi strumenti, nessuno più fa i cerchi a mano; si può affermare anzi che quando si intuisce, osservando un oggetto fatto a mano, che l’autore ha dovuto fare molta fatica per ottenerlo, si prova come un senso di pena: un buon acrobata non fa mai vedere lo sforzo.
Anche nel campo artistico un prodotto fatto con rapidità conserva tutta la vita che era presente al momento concepitivo: le foglie di bambù di un dipinto cinese o giapponese sono fatte in un attimo, ma sono state osservate per lungo tempo. Osservare a lungo, capire profondamente, fare in un attimo. Cervello e muscoli lavorano nelle migliori condizioni: il prodotto è vivo.
[…] L’arte è un fatto mentale la cui realizzazione fisica può essere affidata a qualunque mezzo. Nelle vecchie accademie l’insegnamento è ancora spesso basato sulle antiche tecniche, e mentre gli studenti faticano attorno ad una tecnica superata, il loro cervello è già nel prossimo futuro. Anche nelle cosiddette “scuole d’arte” sarebbe necessario sveltire l’insegnamento, abbandonare i preconcetti che legano l’arte solo a certe tecniche, considerare che non tutta l’arte è destinata all’eternità, abolire l’idea di fare una scuola per la produzione di opere da élite, soprattutto non parlare più di arte ma di comunicazione visiva. Se ci sarà arte sarà un fatto assolutamente indipendente dalla scuola. Noi possiamo educare a capire l’arte (la comunicazione visiva), ma non possiamo formare artisti e tanto meno genii.
(…) facciamo quindi un programma per una scuola tecnica di comunicazione visiva, dove si mettano a punto i problemi di oggi e non di ieri, dove si faccia della ricerca sul domani sia come mezzi di comunicazione visiva, sia come metodi di lavoro. E dove si insegni, a puro scopo culturale e non operativo, anche la storia dell’arte, assieme però a studi di sociologia e psicologia. Naturalmente dicendo storia dell’arte penso alla storia dell’arte di tutti i popoli, non a quella che ci hanno insegnato che partiva dalla preistoria e saltava subito alla Grecia e all’arte di casa nostra. Oggi tutto il mondo è da conoscere e fra poco conosceremo anche se sulla luna c’è qualche forma di comunicazione visiva. Perdiamo dei valori? No, ne acquistiamo degli altri".

Da: Bruno Munari, Design e comunicazione visiva, Laterza 1968

venerdì 29 febbraio 2008

Principio zen. La via dell'essere è il fare.

Torniamo alla domanda: come trasformare i pensieri in atti? Ho già detto che è difficile correggersi, anche quando si fa di se stessi l'oggetto d'analisi. Ho dato un esempio per dimostrare che non si “corregge”, ma che si sviluppano nuovi atteggiamenti. Come probabilmente avete già pensato, l’intenzione, per essere messa a profitto, deve essere seguita da un’azione corretta, al fine di poter acquisire una nuova abitudine, migliore della precedente. Senza questo, l’analisi è inutile come il pensiero fine a se stesso. Qualunque cosa si intraprenda, nessun progresso è possibile se non si acquisiscono delle nuove abitudini. Senza l’azione, tutti i pensieri e le analisi di se stessi non portano a niente. È per questo che è essenziale creare l’abitudine ad agire, di mettere le cose in pratica. Qualunque abilità può essere acquisita con la ripetizione costante. E noi possiamo applicare immediatamente questa regola d’ora. Se avete intenzione di fare qualcosa, per insignificante che sia, fatelo subito senza dilazioni. Incoraggiatevi da soli e portate i vostri progetti a buon fine senza scoraggiarvi. Quando l’abitudine si è radicata, ciò che vi sembrava irrealizzabile potrà compiersi e le porte si apriranno su nuovi orizzonti.
Il detto “si impara facendo” non è così semplice come appare a prima vista, ma non rifiutatelo come se non vi riguardasse. Riguarda tutti noi.

da: Shinichi Suzuki, Crescere con la musica, Nuova Carisch 1996

mercoledì 27 febbraio 2008

Qohélet, 3, 1-11. Per tutto è sotto il cielo una stagione

Per tutto è sotto il cielo una stagione
Per ogni evento un’ora
Un’ora per nascere Un’ora per morire
Un’ora per piantare Un’ora per sradicare
Un’ora per uccidere Un’ora per preservare
Un’ora per abbattere Un’ora per ricostruire
Un’ora per le lacrime Un’ora per le risa
Un’ora per il lutto Un’ora per le danze
Un’ora in cui scagli pietre un’ora in cui le accatasti
Un’ora per braccia che abbracciano un’ora per braccia che si ritraggono
Un’ora per cercarsi Un’ora per lasciarsi
Un’ora per tenere Un’ora per buttare
Un’ora per lacerare, Un’ora per ricucire
Un’ora per tacere Un’ora per parlare
Un’ora per amare Un’ora per odiare
Un’ora per la guerra Un’ora per la pace
Avrà un qualche guadagno
Chi si spende in qualche fatica?
Vedo ai figli dell’uomo
Dio dar carichi da fiaccarli
Bello è l’avvicendersi
Misurato di tutto
E riflettersi il mondo
Nei loro cuori.

Da: Qohélet. Colui che prende la parola, Adelphi, 2001

Una parabola ebrea. La storia del monaco.

Un monastero stava attraversando tempi difficili. In precedenza aveva fatto parte di un grande ordine che, in seguito a una persecuzione religiosa nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, aveva perso tutte le sue ramificazioni. Era decimato a tal punto che nella casa madre non rimanevano più che cinque monaci: l’Abate e altri quattro, tutti oltre i settanta. Era chiaramente un ordine in via di estinzione.
Nel profondo dei boschi che circondavano il monastero vi era una piccola capanna che il Rabbino di una città vicina usava di tanto in tanto per ritirarsi in eremitaggio. Un giorno accadde che l’Abate vi si recò in visita per vedere se il Rabbino poteva dargli qualche consiglio che potesse salvare il monastero. Il Rabbino diede il benvenuto all’Abate e si dolse insieme a lui. “So com’è” disse “lo spirito ha abbandonato la gente. Quasi nessuno viene più alla sinagoga”. Così il vecchio Rabbino e il vecchio Abate piansero insieme, e lessero passi della Torah e parlarono pacatamente di argomenti profondi.
Venne il momento in cui l’Abate dovette andar via. Si abbracciarono. “E’ stato bellissimo passare del tempo con te” disse l’Abate, “ ma sono venuto meno allo scopo per il quale ero venuto. Non avresti qualche consiglio da darmi per salvare il monastero?”.
“No, mi spiace” risposte il Rabbino, “non ho consigli da darti. La sola cosa che posso dirti è che il Messia è uno di voi”.
Quando gli altri monaci udirono le parole del Rabbino, si chiesero quale possibile significato potessero avere. “Il Messia è uno di noi? Uno di noi, qui, al monastero? Pensate che intendesse l’Abate? Certo, dev’essere l’Abate, che è stato la nostra guida così a lungo. D’altra parte, forse si riferiva a Fratello Thomas, che è senza dubbio un sant’uomo. O forse intendeva Fratello Elrod, che è così irritabile? Ma d’altra parte Elrod è molto saggio. Sicuramente non può essersi riferito a Fratello Phillip: è troppo passivo. Ma d’altra parte, quando hai bisogno di lui è sempre lì, come per magia. Certamente non si riferiva a me, ma supponendo che sia così? Oh, Signore, non io! Non potrei chiederti tanto, non è così?”
Mentre si interrogavano in questo modo, i vecchi monaci cominciarono a trattarsi reciprocamente con straordinario rispetto, nell’eventualità che uno di loro potesse essere il Messia. Dal momento che la foresta dove era situato era bellissima, di tanto in tanto la gente andava a visitare il monastero, per fare una merenda o per camminare lungo i vecchi sentieri, la maggior parte dei quali conducevano alla cappella in rovina. Queste persone percepirono l’aura di straordinario rispetto che circondava i cinque vecchi monaci, e permeava l’atmosfera. Iniziarono ad andare più spesso, portando i loro amici, e i loro amici portarono altri amici. Alcuni degli uomini più giovani che venivano in visita cominciarono a conversare coi monaci. Dopo un po’, uno chiese se poteva entrare a far parte del monastero. Poi un altro, e un altro ancora. Nel giro di pochi anni, il monastero tornò a essere un ordine prospero e, grazie al regalo del Rabbino, una vibrante, autentica comunità di luce e amore per l’intero reame.

Tratto da Rosamund Stone Zander e Benjamin Zander, L’arte del possibile. Diventare gli artefici del proprio successo, Il Sole 24 ore, 2001… un ottimo libro sul cambiamento e sul mondo della possibilità!

lunedì 25 febbraio 2008

Perché i miti sono importanti e cosa ci insegnano

Una breve lezione su miti, fiabe e sul loro significato (da un punto di vista filogenetico ed ontogenetico) da colui che è considerato, a ragione, il più profondo conoscitore dei miti del mondo, Joseph Campbell. Il brano che riportiamo è tratto dal libro Il potere del mito (pubblicato in Italia da Guanda), un'intervista in cui Campbell parla di quanto ha imparato sui miti in oltre cinquant'anni di studio.

[…] I miti non sono i sogni di un altro popolo, sono i sogni del mondo, sogni archetipici che riflettono i grandi problemi dell’uomo. Servono per riconoscere i momenti di passaggio. È il mito che dice come rispondere a certe crisi, alla delusione, alla felicità, al fallimento o al successo. I miti mi dicono dove mi trovo.
[…] Esiste una sequenza tipica di azioni eroiche riconoscibile nelle storie di tutto il mondo e in periodi storici diversi. Potremmo dire che la vita dell’eroe mitico è un archetipo che si ripete in molti paesi e popoli. Di solito, l’eroe leggendario è colui che fonda qualche cosa: il fondatore di una nuova epoca, di una nuova religione, di una nuova città, di un nuovo modo di vita. Per trovare qualcosa di nuovo, si deve abbandonare il vecchio e andare alla ricerca dell’idea seminale, un’idea germinale che avrà il potere di far nascere il nuovo.
I fondatori di tutte le religioni hanno intrapreso questa ricerca. Buddha si ritirò in solitudine e quindi rimase a sedere sotto l’albero della conoscenza immortale, dove ricevette l’illuminazione che ha rischiarato l’Asia intera per 2500 anni. Dopo aver ricevuto il battesimo da Giovanni Battista, Gesù andò nel deserto per quaranta giorni: e fu da quel deserto che egli tornò con il suo messaggio. Mosé salì in cima alla montagna per poi discendere con le tavole della legge. Poi abbiamo l’eroe fondatore di una nuova città: quasi tutte le antiche città greche furono fondate da eroi che partirono alla “ricerca” e vissero avventure sorprendenti che li portarono a fondare una città. Possiamo anche dire che il fondatore di una vita, la tua o la mia, se la viviamo come nostra, invece di imitare quella di qualcun altro, proviene comunque dalla ricerca.
[…] Le fiabe servono a divertire e molte sono a lieto fine, ma prima di concludersi presentano tipici motivi mitologici: il protagonista si trova in una situazione davvero difficile e sente una voce o avverte una presenza che gli viene in aiuto. Le fiabe sono destinate ai bambini. Molto spesso trattano di una ragazza che non ha voglia di diventare donna, che di fronte a questo momento di trasformazione si fa recalcitrante. Così va a dormire, fino all’arrivo di un principe che, superati mille ostacoli, le dà motivo di credere che dopotutto diventare donna non è poi così male. Molte favole dei fratelli Grimm presentano una ragazza che non vuole più crescere.
I rituali delle cerimonie primitive di iniziazione erano tutti fondati nel mito e riguardavano l’uccisione dell’io infantile e la nascita dell’adulto, sia nel caso di un ragazzo, sia in quello di una ragazza. La cosa è più difficile per il ragazzo che per la ragazza, perché nel caso della ragazza è la vita a prendere il sopravvento. La ragazza diventa una donna, che lo voglio o no, mentre il ragazzo deve voler diventare uomo. Con l’arrivo delle mestruazioni la ragazza diventa donna. L’altro passaggio di cui deve prendere coscienza è la gravidanza, la maternità. Il ragazzo deve per prima cosa recidere i legami con la madre e trovare in se stesso l’energia per crescere. Questo è ciò che dice il mito: “Giovane, vai alla ricerca di tuo padre”. Nell’Odissea Telemaco vive con la madre. Quando compie vent’anni è Atena a dirgli: “Vai alla ricerca di tuo padre”. È il tema che attraversa tutte queste storie. Talvolta si tratta del padre mistico, altre volte invece, come nell’Odissea, del padre naturale.
La fiaba è il mito del bambino. Ogni fase della vita ha i suoi miti. Quando cresci hai bisogno di una mitologia più solida. Naturalmente tutta la storia della crocefissione, che è un’immagine fondamentale nella tradizione cristiana, parla del manifestarsi dell’eternità nell’ambito dello spazio e del tempo, dove le cose sono smembrate. Ma parla anche del passaggio, dalla dimensione spazio-temporale a quella della vita eterna. Crocifiggiamo i nostri corpi temporali e terrestri, lasciamo che siano fatti a pezzi, e attraverso questo smembramento, entriamo nella sfera spirituale che trascende tutte le pene della terra. Esiste un tipo di crocefisso noto come “Cristo trionfante” nel quale Cristo non ha il capo reclinato e gocciolante di sangue, bensì dritto e con gli occhi aperti, come se fosse arrivato volontariamente alla crocefissione. Sant’Agostino ha scritto da qualche parte che Cristo è andato alla croce come lo sposo va incontro alla sua sposa.

Da: Joseph Campbell, Il potere del mito. Guanda, 1988

sabato 23 febbraio 2008

Il cambiamento per Jodorowsky

E’ possibile cambiare? Secondo Alejandro Jodorowsky, regista di cinema e teatro, romanziere e sceneggiatore di fumetti, è possibile. Inutile però rivolgersi ai maghi del lettino, cultori di Freud e dell’inconscio. La cura della parola è limitata ed insufficiente per cambiare. L’unico modo per riuscirci è diventare attivi, protagonisti della propria vita, darsi da fare. Solo in questo modo si riesce a spezzare l’equilibrio, immobile e spesso stagnante, della nostra mente e del nostro corpo.
Nel suo libro Psicomagia. Una terapia panica, pubblicato per la prima volta nel 1995 (traduzione italiana di Feltrinelli, 1997), Jodorowski – eclettico cileno di origine russa che ha scelto di vivere in Francia – ci introduce alla “psicomagia” una terapia che lo stesso autore definisce “singolare” ed alla quale è pervenuto passando per “l’atto poetico, l’atto teatrale, l’atto onirico e l’atto magico”. La impara da Pachita, una donna messicana di ottant’anni con la fama di guaritrice, capace di attirare tremila persone al giorno, di operare nel suo salotto (senza anestesia, strumenti idonei, conoscenze mediche di alcun tipo), di guarire mali giudicati incurabili dalla medicina tradizionale.
Se vi era trucco nel suo operato, Jodorowski non è riuscito a capirlo, pur essendo stato a lungo suo assistente. Dice invece che, ciò in cui certamente Pachita eccelleva, erano le sue conoscenze psicologiche. Jodorowski scrive: “Da lei ho imparato a trattare con le persone. Grazie a lei ho capito che tutti, o quasi tutti, siamo bambini, a volte adolescenti… Pachita sapeva che in ogni adulto, persino in quello più sicuro di sé, dorme un bambino desideroso di amore, e che il contatto fisico è il più efficace di qualsiasi parola per stabilire una relazione di fiducia e rendere il soggetto disponibile a ricevere”. Un esempio di queste sue capacità era chiedere al paziente quale fosse il prezzo che era disposto a pagare per cambiare o per guarire. Lo faceva spesso implicitamente, per far capire all'individuo quanto davvero fosse importante il cambiamento o qualcosa a cui si aspira (noi talora ci innamoriamo di un oggetto o di desiderio a tal punto da scordarcene il motivo e quindi il reale valore). Ad un giovane ragazzo sul punto di suicidarsi perché incapace di accettare la calvizie imminente, Pachita somministrò una cura che prevedeva di orinare su escrementi di topo ed applicare sulla testa questa miscela per un mese. Il ragazzo si procurò gli escrementi, vi orinò sopra, ma prima di infilarci dentro la testa, comprese che in fondo i capelli non erano per lui così importanti. Per capirlo, aveva dovuto confrontarsi con l’assurdità di quel compito: non sarebbe bastata la parola a convincerlo che il suo era un desiderio in fondo futile.
La psicomagia lavora contando sulla complice suggestionabilità della mente umana. Come ci è stato insegnato da più parti, se immaginiamo intensamente il sapore e il profumo di un limone, il nostro cervello non si rende conto che il limone non c’è e che si tratta solo di una visualizzazione ben riuscita. Analogamente, quando si finge un’operazione, il corpo umano reagisce come se fosse sottoposto ad un intervento autentico. “Se ti comunico che ti aprirò il ventre per estirparti un pezzo di fegato, se ti obbligo a sdraiarti su un tavolo e riproduco esattamente i suoni, gli odori e le manipolazioni, se senti il coltello sulla pelle, se vedi uscire il sangue, se hai la sensazione che le mie mani si rigirino nelle tue viscere ed estraggano qualcosa, sarai operato”. E’ il linguaggio simbolico che il corpo umano accetta in modo diretto ed ingenuo. Per Pachita e per la psicomagia (come per la nostra mente, che ce ne rendiamo conto oppure no), tutto ha un senso:il mondo è un “bosco di simboli a interazione costante”. Il mago, lo stregone, lo sciamano vedono in azione energie che animano un mondo in cui tutto è vivo, tutto in interrelazione, fatto di forze alleate e di nemici, nulla è neutrale, nulla si distrugge-nasce-muore, ma tutto si può trasferire, sapendolo fare, tanto il bene quanto il male.
Pachita è morta, ma la sua fama è mondiale grazie al libro di Jodorowski. Che non sa se credere alla magia, ma in fondo cosa significa credere? I benefici e l’efficacia della psicomagia sembrano riconosciuti dai molti che l’hanno vista praticare su di sé. Forse si tratta solo di un gioco collettivo, un dramma in scena in cui offriamo al nostro corpo la possibilità di auto-guarirsi. Basta un atto di fede assoluto e sincero, tanta immaginazione o disperazione, una dose di fortuna e un pizzico di magia.

Una favola etiope sul cambiamento

Una donna sposa un vedovo con un figlio ancora bambino, molto addolorato per la morte della sua mamma. La donna, commossa dalla pena del bambino, nel giorno del suo matrimonio promette a se stessa: “Sarò io una buona mamma per lui, così il suo dolore avrà fine”.
E da quel giorno decide di impiegare tutte le sue energie per conquistarsi l’amore del bambino. Quando torna nella capanna per i pasti gli prepara i cibi migliori che sappia cucinare, ma lui li allontana con un gesto stizzito: “ Quello che cucinava la mia mamma sì che era buono; questa roba a me non piace, mi fa proprio schifo!”.
Quando la mattina esce per andare a scuola o a giocare con gli altri bambini, gli fa trovare i suoi abiti in ordine, lavati e rammendati durante la notte, ma lui ogni sera torna nella capanna con gli abiti sporchi e strappati, come se lo facesse di proposito. Quando tenta di dargli un bacio sulla guancia, lui se la pulisce arrabbiato col dorso della mano, come se fosse la maggiore offesa che possa ricevere. Insomma, per quanto la donna si sforzi di conquistare il bambino e di consolare il suo dolore, che le fa così male vedere sempre davanti agli occhi, giorno dopo giorno, nessun tentativo le riesce, anzi naufraga miseramente nel fallimento. Alla fine, disperata e piangente, la donna decide di andare a consultare lo stregone del villaggio.
“Preparami una magia per conquistare l’amore del mio nuovo bambino! Te la pagherò a qualsiasi prezzo” lo implora. “Va bene” le risponde lo stregone dopo aver pensato un po’ “te la preparerò. Però per farla mi servono due baffi del leone più feroce che stia nella foresta! Quelli me li devi portare tu!”
“E come faccio a procurarmi i baffi del leone?” ribatte la donna spaventata e scoraggiata. “Lo sai benissimo anche tu che nessuno si può avvicinare al suo territorio”.
“Mi spiace” risponde lo stregone. “Ma se vuoi che io ti prepari la magia, tu mi devi proprio portare quei baffi, altrimenti non potrà avere nessun effetto!”
“Oh, povera me” si dice la donna, ancora più scoraggiata, e se ne torna piangente più di prima nella sua capanna. Ma durante la notte continua a pensare ed è tale il suo desiderio di conquistare l’affetto del bambino che alla fine prende la grande decisione di provare a conquistare anche i baffi del leone.
Il giorno seguente si procura un gran vassoio di carne, di quella preferita dagli animali selvatici, e lo porta nella foresta, al confine estremo del territorio del leone, poi lo deposita per terra e se ne va. Il giorno seguente prende un altro gran vassoio di carne e lo porta di nuovo nella foresta, ma questa volta lo lascia qualche passo più avanti, già nel territorio del leone. Il terzo giorno lo deposita ancora qualche passo più avanti e lo stesso fa anche il quarto e il quinto e il sesto giorno e…e… il ventesimo, il cinquantesimo, il centesimo giorno e così via. E così, di passo in passo, trascorrono prima i giorni e poi anche i mesi e la donna col suo vassoio di carne avanza sempre più nel territorio del leone, fino a quando lui comincia, con grande terrore, a vedere la tana e poi anche lui che si è ormai abituato a lei e al suo vassoio di carne e li aspetta da lontano. E così, a poco a poco, ecco che arriva finalmente anche il giorno che la donna, spaventatissima ma determinata, depone direttamente il vassoio di carne davanti al leone che comincia tranquillamente a mangiare. E allora, con una mossa furtiva, lei gli stacca due baffi, col cuore che le galoppa nel petto, ma il leone, preso dal piacere del pasto, non se ne accorge nemmeno, con tutti i baffi che ha. Allora la donna se li stringe felice al cuore, riattraversa correndo la foresta e va dritta dallo stregone: “Ecco qua, questi sono i due baffi del leone! Adesso preparami finalmente la magia per conquistare il mio nuovo bambino”.
Lo stregone la guarda a lungo in silenzio e poi le dice: “Mi spiace, ma quello che tu mi chiedi non lo posso fare. Non bastano i baffi di un leone per conquistare un figlio”.
“Ma tu me l’avevi promesso” singhiozza la donna disperata “e io ho rischiato la vita per andare a prenderli! Che cos’altro può fare una povera donna per conquistare l’affetto del suo bambino?”
“Questo non lo so io, lo sai già tu. Sai perché non ti posso preparare la magia? – le rispose allora lo stregone. “Perché non è più nelle mie mani, ormai ce l’hai tu nelle tue. E la magia è semplicemente questa: devi fare col tuo bambino esattamente quello che hai fatto col leone!”.

(citata in P.-C. Racamier e S. Tacconi, Il lavoro incerto, ovvero la psicodinamica del processo di crisi, Tirrenia, Ed. del Cerro, 1986 e in A. Marcoli, Passaggi di vita. Le crisi che spingono a crescere, Mondadori, 2003: due libri da leggere!)

venerdì 22 febbraio 2008

Dal bruco alla farfalla: storia di un cambiamento.


Talvolta il cambiamento non è una scelta, ma un evento che investe la nostra esistenza e la stravolge. Capita a Jean Dominique Bauby, quarantatrenne redattore capo di uno dei principali mensili di moda del mondo (Elle France), che viene colpito da un ictus e nello spazio di un minuto si trova bloccato nel suo corpo a causa di una terribile quanto rara blocked-in syndrome. Di tre sole cose riesce a mantenere il controllo: l’occhio sinistro, la memoria e la fantasia. Gli bastano per scrivere una biografia intensa dalla quale Julian Schnabel ha tratto Lo scafandro e la farfalla, un capolavoro che ha vinto il Golden Globe (miglior film straniero e miglior regia) e il Festival di Cannes (miglior regia).

Il merito principale del film di Schnabel è di esser riuscito a trattare questa storia senza cadere in sentimentalismi e senza trasformare la vittima in eroe dei tempi moderni. Non c’è ricerca di verità o del profondo senso della vita. Numerose soggettive ci invitano a metterci al posto del protagonista, con il suo sguardo monoculare non sempre a fuoco e il suo monologo interiore. Ironia, memoria ed immaginazione non cambiano la realtà, ma spengono le nostre istanze di pietismo e forse persino le nostre paure. Il corpo immobile, bloccato in uno scafandro, coesiste con la farfalla, la fantasia e la lucidità di un uomo che raccontando la propria storia ricuce le sue identità di uomo, padre, figlio. Jean-Do e Julian Schnabel danno forma e colore a ciò che Lao-Tze insegnava: per tutto il mondo è nascita di farfalla, quello che per il bruco è la fine di tutto. Il cambiamento più grande, forse, è accettare questa semplice legge della vita.